20 MAGGIO 2026
DOTT. MARCO RONDA
Difetti ossei severi, challenging: uno “slalom” tra tecniche, materiali, devices e – non per ultima – la biologia… se vuoi arrivare al “traguardo”
Nel corso della quarta Serata in Amicizia, ci è venuto a trovare il Dottor Marco Ronda che ha affrontato il tema della Guided Bone Regeneration (GBR) nei difetti ossei severi, con una strepitosa relazione, proponendo una visione critica e biologicamente orientata delle tecniche rigenerative oggi disponibili. La relazione ha sottolineato come la scelta terapeutica non debba essere guidata esclusivamente dall’esperienza del clinico o dai materiali utilizzati, ma soprattutto dalle reali esigenze biologiche e anatomiche del caso.
Particolare attenzione è stata dedicata ai difetti severi della mandibola posteriore, dove la ridotta quota ossea residua sopra il nervo alveolare inferiore rende complessi sia la rigenerazione sia il posizionamento implantare.
Ampio spazio è stato riservato al confronto tra approccio one-stage e two-stage ed ai rispettivi vantaggi e svantaggi.
La tecnica one-stage, che prevede inserimento implantare contestuale alla rigenerazione, offre importanti vantaggi tecnici grazie alla possibilità di utilizzare gli impianti come supporto della membrana e guida tridimensionale della rigenerazione. Tuttavia, nei casi severi presenta maggiore complessità chirurgica e può richiedere ulteriori procedure rigenerative in caso di esposizione implantare.
L’approccio two-stage, con inserimento implantare successivo alla maturazione ossea, è stato invece presentato come biologicamente più favorevole, soprattutto nei difetti estesi e nei settori estetici anteriori. Le osteotomie della seconda fase chirurgica consentono infatti di riattivare i processi osteogenici e migliorare la qualità del tessuto neoformato. Inoltre l’inserimento degli impianti avviene già in osso maturo.
Il relatore ha evidenziato come il successo della GBR non coincida semplicemente con la presenza di osso alla rimozione della membrana, ma con la capacità del tessuto rigenerato di maturare e mantenersi stabile nel tempo sotto carico funzionale. In questo contesto assumono un ruolo fondamentale i tempi biologici, la vascolarizzazione e il rapporto con il periostio, spesso limitato dall’utilizzo di membrane non riassorbibili.
Un concetto fondamentale che il Dottor Ronda ha voluto trasmettere è che il tessuto osseo rigenerato necessita non solo di maturazione biologica, ma anche di una progressiva “funzionalizzazione” attraverso il carico controllato. Analogamente ai processi di recupero ortopedico, il carico progressivo contribuisce infatti al rimodellamento e alla mineralizzazione dell’osso neoformato, favorendone la stabilità nel tempo.
Grande attenzione è stata posta alla gestione dei tessuti molli, considerata indispensabile per garantire stabilità biologica e mantenimento del volume osseo rigenerato. Banda di gengiva cheratinizzata, profondità di fornice e corretta gestione degli innesti connettivali sono stati presentati come elementi imprescindibili per il successo a lungo termine sia della rigenerazione che degli impianti.
Nella parte finale della relazione sono state confrontate membrane non riassorbibili rinforzate e mesh customizzate di nuova generazione. Le nuove mesh microforate sembrano offrire un miglior equilibrio tra mantenimento dello spazio e gestione biologica della vascolarizzazione, inserendosi nel moderno concetto di “prosthetically guided regeneration”, in cui la rigenerazione ossea viene pianificata a partire dal risultato protesico finale desiderato.
La serata ha evidenziato come la gestione dei difetti ossei severi richieda un approccio integrato tra tecnica chirurgica, biomateriali e biologia dei tessuti. Il messaggio conclusivo del relatore è che non esiste una tecnica universalmente ideale: il successo della GBR dipende dalla capacità del clinico di scegliere la procedura più corretta per il singolo caso, rispettando tempi biologici, maturazione ossea e gestione dei tessuti molli e orientandosi tra biomateriali e devices messi a disposizione dalle aziende. Perché ottenere volume osseo è solo una parte del problema; mantenerlo stabile e funzionale nel tempo è la vera sfida.
Andrea Martina Montegrosso
16 Aprile 2026
Prof. Lorenzo Vanini
Materiali compositi e tecniche adesive: 30 Anni di evoluzione tra clinica e ricerca
Nel corso della terza Serata in Amicizia, il Prof. Lorenzo Vanini ha portato una relazione dal titolo “Materiali compositi e tecniche adesive: 30 anni di evoluzione tra clinica e ricerca”, in cui ha presentato una visione dell’odontoiatria restaurativa centrata sull’integrazione tra estetica, funzione e biologia, ripercorrendo l’evoluzione dei materiali compositi e delle tecniche adesive.
La prima parte della relazione si è focalizzata sulla riproduzione del dente naturale, sottolineando come il risultato estetico non dipenda dal singolo materiale, ma dalla comprensione dell’anatomia del colore e dalla corretta tecnica di stratificazione. Il dente è una struttura complessa, caratterizzata da variazioni cromatiche e ottiche nelle diverse regioni (cervicale, media e incisale), in cui assumono un ruolo fondamentale le componenti di opalescenza e le tonalità incisali, in particolare blu, ambra e bianco.
La stratificazione di smalto e dentina, modulata per saturazione e traslucenza, consente di ricreare queste caratteristiche, integrando anche le caratterizzazioni morfologiche come i mammelloni. In questo processo, elementi come forma, tessitura superficiale e scelta dei materiali risultano determinanti tanto quanto il colore stesso, contribuendo a ottenere restauri il più possibile sovrapponibili al dente naturale.
Strumenti come il filtro polarizzatore e dispositivi digitali quali OptiShade possono supportare l’analisi cromatica, ma il risultato finale resta strettamente legato alla capacità del clinico di interpretare e riprodurre la complessità del dente.
Il relatore ha sottolineato come, nonostante l’elevata qualità dei compositi moderni, il successo a lungo termine dipenda principalmente dalla corretta gestione clinica e dall’applicazione di protocolli di stratificazione ed adesivi rigidi e ripetibili.
Accanto alla restaurativa diretta, è stato affrontato il tema dei restauri indiretti e delle tecnologie CAD-CAM, che oggi consentono elevati livelli di precisione e predicibilità. Nei casi complessi, la tecnica indiretta rappresenta spesso la scelta preferibile, permettendo un migliore controllo degli spessori, dei contatti e della funzione.
Particolare attenzione è stata posta al rapporto tra materiali restaurativi e sistema stomatognatico: la bocca viene considerata un sistema meccanico e neuro-muscolare in cui la scelta del materiale, soprattutto in relazione all’antagonista, può influenzare la distribuzione delle forze e la longevità dei restauri.
Nei rialzi occlusali e nelle riabilitazioni complesse, il composito – sia diretto che indiretto – viene valorizzato per la sua reversibilità e ritrattabilità, caratteristica fondamentale nei pazienti con usura e parafunzioni, condizioni oggi sempre più frequenti.
Il messaggio conclusivo è che l’evoluzione dell’odontoiatria restaurativa non risiede soltanto nei materiali, ma nella capacità del clinico di utilizzarli in modo consapevole, adattandoli alla realtà biologica e funzionale del paziente.
Andrea Martina Montegrosso
16 marzo 2026
Prof. Santo Catapano
Protesi fissa senza viti, realtà o immaginazione? Evidenze cliniche e scientifiche
Nel corso della seconda serata delle Serate in Amicizia, il Prof. Santo Catapano ha affrontato il tema delle riabilitazioni full-arch su impianti, concentrandosi su un approccio protesico alternativo ai sistemi tradizionali avvitati: la realizzazione di protesi fisse prive di viti protesiche.
Le riabilitazioni full-arch rappresentano oggi una soluzione terapeutica consolidata e altamente predicibile sia nei pazienti edentuli sia nei pazienti con dentatura terminale. Tuttavia, come noto, tali riabilitazioni possono andare incontro nel tempo a complicanze biologiche e meccaniche. Tra le prime, una delle cause più frequentemente associate allo sviluppo di perimplantite è la presenza di residui di cemento nelle protesi cementate. Dal punto di vista meccanico, invece, le complicanze riguardano soprattutto le componenti protesiche sottoposte ai carichi funzionali, in particolare gli abutment intermedi e le viti protesiche, con eventi quali perdita di torque, perdita di ritenzione o frattura della vite.
Partendo da queste considerazioni, il relatore ha presentato il sistema Easy Fix, sviluppato in collaborazione con Rhein83, che propone una connessione protesica priva di vite. Il sistema si basa sull’utilizzo di un abutment intermedio denominato Equator, avvitato direttamente sull’impianto, che presenta dimensioni ridotte e una superficie anodizzata favorevole all’interazione con i tessuti molli. La connessione con la protesi avviene attraverso un inserto ritentivo – il seeger – alloggiato all’interno di una componente protesica t-base che si aggancia al sottosquadro dell’Equator.
Questo meccanismo di ritenzione consente la stabilizzazione della protesi senza ricorrere alla vite protesica e permette, grazie alla configurazione del T-base, anche la compensazione di eventuali disparallelismi implantari. La protesi può essere rimossa tramite un apposito estrattore che si inserisce in un piccolo foro progettato nella struttura protesica, successivamente sigillato con una vite tappo con funzione esclusivamente di chiusura.
Durante la relazione è stato sottolineato come un aspetto fondamentale per il corretto funzionamento del sistema sia la passività della struttura protesica. A differenza delle protesi avvitate, nelle quali la vite può compensare minime discrepanze, in questo tipo di connessione la precisione dell’adattamento diventa determinante. Eventuali misfit – orizzontali, verticali o angolari – possono infatti generare deformazioni della struttura con conseguente perdita di sigillo e riduzione della ritenzione.
Per migliorare la precisione del trasferimento implantare è stata illustrata una tecnica che combina impronta digitale e stabilizzazione intraorale delle cannule tramite resina, successivamente sezionata e risaldata per ridurre le distorsioni prima dell’invio al laboratorio.
Il sistema mostra una buona versatilità clinica, potendo essere impiegato non solo nelle riabilitazioni full-arch fisse ma anche in overdenture su attacchi o su barra. Non trova invece indicazione nelle riabilitazioni su monoimpianto, poiché privo di un sistema antirotazionale.
Nella parte conclusiva della relazione è stato evidenziato come sistemi di connessione privi di vite possano offrire alcuni vantaggi clinici potenzialmente rilevanti: l’eliminazione delle complicanze legate alle viti protesiche, una gestione più semplice delle procedure di manutenzione e igiene periodica e la possibilità di rimuovere la protesi in modo controllato e atraumatico durante i controlli nel tempo.
Il messaggio che emerge dalla relazione è che l’evoluzione delle connessioni implantoprotesiche non riguarda soltanto nuovi materiali o nuove tecnologie, ma anche il tentativo di semplificare la gestione clinica delle riabilitazioni a lungo termine. In quest’ottica, sistemi come Easy Fix rappresentano una proposta interessante che merita attenzione e ulteriori valutazioni cliniche, ricordando tuttavia come la precisione progettuale e la passività della struttura rimangano condizioni fondamentali per il successo di qualsiasi riabilitazione implantoprotesica.
Andrea Martina Montegrosso
17 febbraio 2026
Dott. Roberto Abundo
Terapia anti-infettiva non chirurgica della parodontite e della perimplantite
Il nuovo ciclo di Serate In Amicizia è stato inaugurato dal Dott. Roberto Abundo che ci ha omaggiato con una bellissima relazione dal titolo: “Terapia anti-infettiva non chirurgica della parodontite e della perimplantite”, affrontando un tema centrale nella pratica clinica quotidiana e di crescente rilevanza alla luce dell’aumento delle riabilitazioni implantari.
La relazione ha posto al centro il ruolo fondamentale della terapia non chirurgica come base imprescindibile per il trattamento delle patologie parodontali e perimplantari. La parodontite rappresenta infatti una delle malattie croniche più diffuse nella popolazione adulta, con una prevalenza complessiva che raggiunge il 30–45%, e costituisce una delle principali cause di perdita degli elementi dentari. In questo contesto, l’obiettivo primario del clinico deve rimanere la preservazione dei denti naturali, attraverso un corretto inquadramento diagnostico, il controllo dell’infezione e un programma di mantenimento rigoroso.
Il Dott. Abundo ha sottolineato come la malattia parodontale sia una patologia infettivo-infiammatoria multifattoriale, determinata dall’interazione tra biofilm batterico, suscettibilità individuale e fattori di rischio sistemici e comportamentali. La terapia causale non chirurgica rappresenta il cardine del trattamento e si articola in diverse fasi, che comprendono motivazione e istruzione del paziente, strumentazione sopra- e sottogengivale e rivalutazione clinica. In molti casi, una corretta ristrumentazione dei siti residui consente di ottenere la risoluzione dell’infezione, riducendo significativamente la necessità di ricorrere alla chirurgia.
Sono stati inoltre presentati approcci tradizionali e innovativi, tra cui tecniche minimamente invasive come la MINST (Minimally Invasive Non-Surgical Therapy), che consentono di ottenere risultati clinici sovrapponibili a quelli chirurgici, con maggiore conservazione dei tessuti e minore invasività per il paziente. È stato evidenziato come l’efficacia del trattamento dipenda in modo determinante dalla qualità della strumentazione, dall’accesso ai siti e dalla compliance del paziente, sottolineando il ruolo centrale della terapia di supporto nel mantenimento dei risultati nel lungo termine.
Ampio spazio è stato dedicato anche alla gestione degli impianti nei pazienti parodontali. È stato ribadito come l’infezione non distingua tra denti naturali e impianti e come i pazienti con storia di parodontite presentino un rischio maggiore di sviluppare complicanze biologiche implantari. In questo contesto, l’impianto non deve essere considerato una soluzione alternativa più semplice, ma una scelta terapeutica che richiede una corretta selezione del paziente e un rigoroso controllo dell’infezione.
La serata, arricchita dalla presentazione di numerosi casi clinici, ha fornito ai partecipanti un razionale clinico chiaro e concreto per affrontare la gestione delle patologie parodontali e perimplantari nella pratica quotidiana. Il messaggio conclusivo ha ribadito come la terapia non chirurgica rappresenti il fondamento del trattamento e come la chirurgia costituisca un perfezionamento dei risultati ottenuti, il cui successo a lungo termine dipende sempre dal controllo dell’infezione e dal mantenimento nel tempo.
Andrea Martina Montegrosso

















































